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30.8.11
11.8.11
Cascherà tra le fogne colorate
Innanzitutto ho visto Zatoichi. Poi, ringraziamo gli dei per averci donato un Luglio fresco e ricco di idrossido di idrogeno. Laudata sii, sorella pioggia. Detto questo è probabilissimo che ad Agosto farà un caldo fottuto, e questo perché comincio a credere che il mio blog sia una imponente fonte di sfiga: non ho fatto in tempo a scrivere che cambio casa che la stazione Tiburtina è andata a fuoco senza motivi apparenti. Dio solo sa in che condizioni versi in questo momento la vagina di Guendalina.
A fine luglio sono andato ad un festival ambient/folk/sperimentale/altrecoserandom, aggratise, scoperto per puro caso, e che è bastato a farmi meravigliare ancora del creato. Tra gli altri, ho visto J T Pearson, che ancora non ho capito chi cazzo sia ma, a quanto dicono, è molto famoso, anche se a me ha causato solo una ascite testicolare acuta.
Poi ho visto James Chance e Lydia Lunch, loro si leggende viventi. Io li conoscevo unicamente per il loro contributo alla NoWave (due nomi, James Chance & the contortions e Teenage Jesus & the jerks) ma a quanto pare continuano a cagare dischi di discreta qualità, fatti comunque di enormi dosi di rumore.
James Chance è arte allo stato elettrolitico. Immaginate un tizio di sessant’anni, vestito come una comparsa ne Il Padrino, strafatto di botulino e cocaina, e che balla facendo il robot con una bottiglia di Vodka in mano; poi ogni tanto prende il sax e fa assoli completamente decontestualizzati e ALLA CAZZO DI CANE. Buona parte degli spettatori stava lì a guardarlo come fosse un fenomeno da baraccone vivente, una specie di Richard Benson americano, senza percepire la bellezza che avevano di fronte.
Lydia Lunch invece è invecchiata, è ingrassata e resta alta un metro e un cazzo, però continuo a vederla come una splendida donna, forse perché da giovane era una bonazza da paura e ha fatto un cortometraggio in cui tira un signor pompino a un qualche esponente della nowave. Il palco, piccolissimo e alto mezzo metro, era immerso tra alberi illuminati di blu. Io stavo in prima fila e per una intera canzone ho avuto la Lunch a un metro che mi indicava col dito e mi urlava: ‘You are the wrong man, YOU ARE THE FUCKING WRONG MAN!’. E’ stato molto bello.
Ma soprattutto ho visto Matt Elliott, scoperto nel lontano 2005 grazie a quel frocio di Bologna. Questo sant’uomo, che suonava nei Third Eye Foundation, si è messo a fare dischi solisti uno migliore dell’altro, senza mai sbagliare nulla. Drinking songs è una delle cose più tristi e devastanti che abbia mai ascoltato. Stava lì con una chitarra acustica e una pedaliera da mezzo milione di euri, disperato, quasi in lacrime, con la gente focalizzata in silenzio religioso. Il concerto è durato un’ora, una settimana, un mese, che cazzo ne so. Però il suicidio era nell’aria. Poi è venuto da me e mi ha scroccato una cartina, ed io sembravo una ragazzina degli anni novanta davanti ai Backstreet Boys, oppure il Negro davanti alla cantante degli Wow.
La sera in cui ha suonato Matt Elliott, ultima del festival, tornavamo in macchina verso le rispettive abitazioni ascoltando musica colta (i Motley Crue) per cercare di riprenderci dall’enorme dose di depressione causata dal concerto dell’Uomo, quando il Suicidio, come isotopi radioattivi dispersi nell’ambiente, ha colpito a fulmine. Millemila poliziotti hanno bloccato la superstrada costringendomi all’uscita verso strade secondarie. Il giorno dopo siamo venuti a sapere il perché: una donna aveva ben pensato di togliersi la vita semplicemente sdraiandosi sulla corsia di sorpasso in attesa che un automobile la falciasse via. Alla fine le macchine sono state una decina, e il suo corpo si è spalmato su due chilometri di strada al punto da non poterla raccogliere: l’hanno semplicemente lavata via.
Inoltre sto preparando un esame imponente, sia per quantità che per qualità di informazioni. Sto diventando sempre più ipocondriaco, vedo ogni singolo fotone di ogni singolo raggio solare che urta la mia cute e mi sposta gli elettroni sulle orbite esterne, vedo zanzare gonfie di sangue che non vedono l’ora di inglobularmi parassiti, vedo il termometro che segna i 30 gradi e comincio a sentire spasmi coronarici e principi di ischemia, faccio una curva in macchina e percepisco la dislocazione periferica dei globuli rossi con spinta centrifuga verso le pareti vasali, bevo una birra e sento il fegato che va in necrosi e mi prepara a un'ulcera emorragica, passo le giornate ragionando sull'utilità di farmi trapiantare un terzo rene, così, per sicurezza. Tanto i bambini negri in Africa non ce l’hanno l’acqua, che cazzo ci devono fare con due reni.
Tutto ciò per dire che ho smesso di fumare. Le ultime tre sigarette le ho accese ma non le ho fumate, non ce la facevo, vedevo solo enfisemi e una quantità spropositata di neoplasie.
Questi però i sintomi che mi porta l’astinenza da nicotina:
malessere generale, nausea, mal di testa, tachicardia, aumento della frequenza respiratoria, bronco dilatazione, stato ansioso, irritabilità, alterazione dello stato di coscienza, disturbi visivi, delirio, coma.
Ormai con mia madre interagisco solo a vaffanculo, del tipo
‘Buongiorno’
‘Ma vaffanculo!’
‘Ma..’
‘Ma un cazzo porca puttana ma che cazzo vuoi, ma che cristo a rompermi i coglioni sin di prima mattina, ma vaffanculo va, fatti i cazzi tuoi sta rompicoglioni di merda, che cazzo guardi CHE CAZZO GUARDI’
Però la mia aspettativa di vita è aumentata di cinque anni, fra un anno non rischierò più una cardiopatia ischemica e, tra soli venti anni, i miei polmoni saranno puliti come quelli di un fottuto neonato. Oppure, se continuerò a ingurgitare tali quantità di gelato, diventerò un obeso di merda e mi prendo diabete, trombosi e aneurisma.
24.7.11
Per me pici: tanti. E vino rosso.
-Frank Slade
Qualche giorno fa sono tornato in Terra Madre da Roma e mi sono detto: adesso scrivo un post così Jacopo è contento. Poi solo l’idea di dover accendere due portatili l’ho trovata così stressante che ho preferito buttarmi sull’erba a vegetare ascoltando quel capolavoro di Squarepusher a nome Ultravisitor; questo finché un calabrone rosso non mi ha urtato il ginocchio, costringendomi ad una vigliacca ritirata tra le mura domestiche.
Mi sono quindi seduto su un divanetto in cucina a leggere Il signore delle mosche, mentre mia madre cucinava una qualche sbobba inodore, incolore e probabilmente insapore, e guardava in televisione Chi vuol essere milionario. D’un tratto vengo scaraventato fuori dall’utopia, Jerry Scotti aveva appena fatto una domanda sui Genesis, e per la precisione: quale è il loro primo disco con Phil Collins alla voce. L’ultimo degno di essere ascoltato avrei risposto io, ma questa ipotesi non c’era tra le quattro proposte.
Risposto che il tizio ebbe alla domanda, Jerry Scotti proprio non resiste e se ne esce con un parere sulla carriera dei Genesis, e io già immaginavo l’intera Nazione Italiana col fiato sospeso perché sicuramente stavano tutti lì, a bocca aperta, a chiedersi che cazzo ne può pensare quel grassone di merda di un gruppo prog inglese. Questo il suo commento:
‘Peter Gabriel abbandonò i Genesis perché voleva sperimentare, ma commise un grave errore. In risposta alla sua mediocre carriera solista, i Genesis ebbero il periodo musicale migliore della loro carriera’
Ma mannaggia la Madonna. Ma mannaggia i sette dèi, mannaggia R’hllor e mannaggia gli alberi-diga dell’intero continente occidentale.
Come sia possibile che una persona possa liberamente dire, in televisione, in fascia protetta, una tale falsità, una tale MENZOGNA, senza che nessuno, Stato, Chiesa, Protezione Minori, Croce Rossa, ONU, nessuno, abbia chiesto la testa di quell’uomo su una picca? Nessuna rivoluzione, nessuna sommossa popolare, quando quell’uomo andava crocifisso in libera piazza con decine di migliaia di persone a lanciare ortaggi e secchiate di merda. Si sono combattute guerre per molto meno.
Jerry Scotti, io prima o poi ti incontrerò per Roma e ti strapperò la giugulare a morsi. Lo giuro su Foxtrot, lo giuro su Trespass e lo giuro su Nursery Crime. Lo giuro su Selling England by the pound. Quattro volte ho giurato.


Detto questo, a Roma ci sono andato fondamentalmente per vedere La Mora che andava in reboot di sistema. E’ stata inoltre la mia ultima dormita nella ormai vecchia casa, e sono stato un paio d’ore a vagare per quelle quattro mura cercando di memorizzare quanto più potessi, per far tornare allo scoperto più ricordi possibili. La nuova casa (si SPERA) non ho la più pallida idea di come sia fatta, il Negro me l’ha descritta diverse volte. Il problema è che la prima volta me l’ha descritta in un modo, la seconda in un altro e la terza mi ha detto che lui in quella casa non c’è mai stato. Ecco che vuol dire dare retta ai negri.
L’unica cosa certa è che una mia coinquilina sarà tale Guendalina, che io non ho mai visto in vita mia e che tutti mi assicurano essere una grandissima rompicoglioni. Per me il suo essere eccessivamente logorroica non sarà un problema (già tendo a non ascoltare, figuriamoci quando a parlare è una donna), il problema è dato dal suo nome. Nella mia mente è inconcepibile che nel terzo millennio ci si possa chiamare Guendalina, quindi tendo spontaneamente a immaginarmela come una ragazzotta campagnola del secondo �dopoguerra italiano, vestita di stracci (ed in bianco e nero, attenzione). Ora, da qui ne deriva il VERO problema: secondo me le ragazze campagnole del secondo dopoguerra avevano la vagina maledettamente maleodorante.
Da queste considerazioni posso affermare, con certezza matematica, che a Guendalina puzza la fregna.
Quando la incontrerò la prima volta e sarò costretto a interagire a livello sociale tendendole una mano, già so che non starò badando a quello che dice, non starò guardando il suo volto, starò pensando alla sua fregna strabordante di secrezioni vaginali a ph acido, enormi grandi labbra violacee ed infiammate, orde di stafilococchi che tentano di veicolare verso il suo buco del culo. E se pensate che stia scherzando, sappiate che non è affatto facile essere me; questa cosa la sto scrivendo solo perché spero che pure Negro, Stella e gli altri quando guarderanno Guendalina penseranno a queste stesse cose. Già so che prima o poi sostituirò il suo sapone intimo (sempre se lo usa) con un flacone di sodio dicloroisocianurato stabilizzato al 15%. Probabilissimo che al solo contatto il suo clitoride evaporerà, ma poi su quella fregna ci potremo apparecchiare oppure potremo usarla come contenitore portatile di alimenti.
Detto questo, ora avrei dovuto scrivere almeno un paio di ricordi riguardanti la mia vecchia, amata e sgarrupata casa. In quelle otto mura di compensato sono successe cose inimmaginabili. Ma, detta come va detta, mi sono rotto i coglioni di scrivere e quindi un giorno verrà la seconda parte di questo post, spero entro Luglio. Per ora vi lascio con una foto del mio primo compagno di stanza:
Pubblicato da MdE alle 15:43 0 commenti
Etichette: Andrea Pazienza ti voglio bene, l'uomo ipocondria, questi pazzi pazzi negri, secrezioni vaginali e resistenze innate nella donna, summer on a solitary beach, Vagisil, Zoppo uno di noi
27.6.11
Là dove si sente la merda si sente l'essere
I ttest non li avevi fatti in matlab?
Che cazzo c’entra l’SnPM?
Tra l’altro con l’SnPM non puoi applicare la correzione di Bonferroni.
Mi viene da ammazzatte.
–Uno dei millemila commenti della mia Tutor sulla bozza della Tesi
A volte mi chiedo come reagirebbe il popolo Italico nel leggere buona parte delle riviste musicali inglesi ovvero la quasi totalità di quelle americane, in testa Terrorizer o Metal Sucks. Tutto all’insegna del sarcasmo più feroce, stroncature, prese per culo e vaffanculo. L’esatto contrario di quello che avviene in Italia, dove, a eccezione di rarissimi casi, regna il buonismo più patetico, nel classico comportamento alla volemose bene; anche perché qui sono tutti amici di amici, non so se entiende. Quanto mi rompo le palle nel leggere le riviste musicali italiane è inspiegabile, mentre su quelle sopracitate non faccio che ammazzarmi dalle risate. Ricordo una recensione su MS all’ultimo dei Metallica nel quale non si faceva che offendere pesantemente Lars Ulrich (go back to Denmark you fuckin tennis player!) oppure quella all’ultimo Morbid Angel o ai Limp Bizkit, completamente incentrata su quanto fosse un ciccione ritardato Fred Durst. Ti viene da leggere dal primo all’ultimo rigo, anche se ne capisci solo la metà. Quanto sarebbe bello se su Il Mucchio Selvaggio (io non sono un assolutista culturale, ma chi legge Il Mucchio è davvero un cretino) avesse il coraggio di dire che Cristiano Godano farebbe meglio ad andare a scannare maiali in qualche fattoria del meridione invece di fare dischi di merda.
Tra l’altro non ho mai capito come mai gruppi che nei loro testi spesso scherzano di sesso, Satana, Nazismo, sgozzamenti e cristi spappolati pretendano che si parli della loro musica in maniera seria e composta che nemmeno sul Sole 24 ore.
Io credo che questo sia dovuto al fatto che il musicista italiano è di base uno che si crede artista solo per aver potuto mettere su disco le proprie cagate, non gli sfiora minimamente il cervello l'idea che la sua sublime arte possa far schifo al cazzo.
Il fatto che oggi realizzare una demo è relativamente semplice centuplica il problema, soprattutto quando si parla di elettronica e affini. Centinaia di migliaia di stronzi riversano merda su supporto rigido. Credo che il problema (buona tecnologia a basso costo) sia lo stesso che si sta avendo nel campo della fotografia, con orde di improvvisati fotografi che cominciano a fare foto schifose e si auto complimentano tra di loro, in questa spirale del ribasso in cui si fa a gara a spammarsi la propria roba a vicenda. Chissà, forse Negro è d’accordo. Mi immagino una piazza, completamente sgombra, qualche lampione, e una decina di ragazzi disposti quasi in cerchio che si cagano in mano per prendersi a palloccate di merda in faccia, e poi si dicono mmm davvero buona la tua cacca, assaggia la mia.
Questo per dire una cosa che all’apparenza non c’entra un cazzo. Sono molto contento che si stia diffondendo sempre di più la pratica di mettere la propria musica in download gratuito, evitando di fare i fighi perché casomai hai un contratto discografico, quando ormai è risaputo che pure mia nonna ne può avere uno. Oppure fare ancora di più gli artisti di questa ceppa dorata lamentandosi che il loro ultimo demo è già su emule/mediafire. Ne esiste di certa gente eh, ma mi sento di tranquillizzarla. State tranquilli che non gliene frega un cazzo a nessuno del vostro demo di merda, e se qualcuno lo scaricherà, sicuramente lo avrà fatto per sbaglio e dopo venti minuti starà nel cestino. Quindi state sereni. La vostra musica la ascoltate voi, vostri parenti e amici per farvi piacere, gente che suona il vostro stesso genere e che dopo due complimenti vi spamma la sua roba e qualche sparuto ragazzino che non ci capisce un cazzo di musica.
A tal proposito, ricordo un mio amico calabrese che conobbi all’Università, e che ora perde il suo tempo a Bologna. Un giorno mi disse:
‘Ho trovato il disco del mio gruppo su Megaupload, ti rendi conto? Mi da veramente fastidio, la gente non si rende conto di quanto lavoro c’è dietro’
Questa cosa me la disse mentre si guardava insieme un film in streaming su Megavideo. Non gli feci notare il paradosso, così come non trovai mai il coraggio di dirgli che il suo gruppo faceva cagare, ma sono convinto che quel tizio di Elea avrebbe apprezzato (il paradosso, non il disco).
Quindi adesso vi consiglio un disco fresco fresco e carino carino, anche se fra qualche mese si raggiungerà il tempo limite e certa musica comincerò a odiarla pesantemente.
I Raein sono Italiani, hanno fatto un discone chiamato Sulla linea d'orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti e si scarica gratuitamente qui.
Scaricate e diffondete selvaggiamente.
Do it yourself, dicevano i Fugazi.
Tra le altre cose ieri ho rivisto Black Swan. Per due motivi principali:
- uno) sono un grande amante della figa e nel film c’è la scena in cui una tizia lecca la fregna a Natalie Portman (solo per questo: dvd originale special edition cartonata con 800 minuti di dietro le quinte). A conti fatti, spiace dirlo: non si vede un cazzo.
Questa cosa mi ricorda un mio amico un pò coglione dei tempi del liceo, che stette sveglio fino alle tre del mattino per guardarsi Basic Istinct perché si vedeva la fregna di Sharon Stone; in realtà non si vede praticamente nulla, e ci rimasi parecchio male. Cioè, ci RIMASE parecchio male. Il mio amico. Quello un pò coglione. Vabbè, comunque:
- due) sono un grandissimo fan di sua maestà Aronofsky, quello che ha girato Il teorema del Delirio, Requiem for a dream e The Wrestler (e va bene, anche The Fountain, ma faremo finta di non ricordarlo perché fa troppo schifo).
La cosa davvero bella di Black Swan è che è stato abbastanza criticato da chi lo è andato a vedere, soprattutto vecchie e ragazzine convinte di andare a gustarsi una specie di musical sui balletti classici e il canto del cigno. E invece no, si sono ritrovate un fottuto film alla Aronofsky; disturbante all’inverosimile, a tratti un horror, forse meglio di Requiem for a dream.
E’ come se David Lynch Inland Empire l’avesse chiamato Topolino va in città e quindi le sale dei Cinema fossero state stracolme di bambini che si aspettavano di vedere Paperino e invece due ore dopo uscivano dalla sala con gli occhi a palla, il paraippocampo bruciato e una schiera di medici a iniettargli la morfina per non farli andare in crisi cardiaca.
Volevo mettere lo streaming qui in basso ma ho un problema. Così come non faccio che associare Cronenberg con Carpenter, stavo andando a cercare Black Swan ma invece ho digitato Refn, ovvero il regista danese spacca culo che ha fatto la trilogia degli spacciatori (grandiosi, soprattutto il terzo), ma anche Bronson (il più grande biopic mai fatto) e Valhalla Rising, che è davvero tantissima sborra; e adesso ce lo rivediamo:
20.6.11
Voglio una vita spericolata: Ryan Dunn.
Le vacanze di Natale 2010 le ricorderò soprattutto per le devastanti ubriacature con il Calabroleso, bevendo birre alla spina andando di pub in pub e scappando via senza pagare. Una sera di quelle decidemmo anche di dare il nostro contributo in ricordo delle mitiche manifestazioni degli studenti universitari che si ebbero in quel periodo, con tanto di Roma capitale in fiamme. Questo il nostro apporto alla società:
Da notare che ci eravamo dimenticati il '100', poi prontamente inserito in basso.Tra le altre cose io ed il Calabroleso una sera cominciammo a discutere su quale fosse il vero simbolo della nostra generazione. Lui cominciò a sparare una serie impressionante di gruppi musicali ed altro, ma io non ascoltai una sola parola anche perchè avevo la mia idea ed era quella giusta: il simbolo della mia generazione è JACKASS.
Steve O che si pinza con un piercing scroto e gamba, Knoxville che si fa distruggere da un toro e, più in generale, un gruppetto di scoppiati che si autodevasta senza alcun motivo. Perfetto per la nostra generazione, la più disillusa e noncurante della Storia, fatta di ragazzi e ragazze che, incuranti di un futuro di merda, scopano e si drogano come dromedari, che sia marijuana, alcool, cocaina, pasticche, anfetamine o cocktail a 15 euri a centilitro prima di schiantarsi con una Smart contro un platano del cazzo il sabato sera. Sia chiaro, vado orgoglioso di questa cosa eh, la mia non è una critica, non sono Giovanardi.
Probabilmente è anche merito di Jackass, l'unica serie televisiva davvero degna di essere comprata in cofanetti originali , se a 15 anni in Inghilterra me ne stavo, appunto col Calabroleso, a devastarmi il fisico spippando 15 fialette di Popper in 6 serate.
Un paio di giorni fa se ne è andato Ryan Dunn, esperto in skateboard ed incidenti d'auto, entrato di diritto nella STORIA per essersi infilato una macchinetta nel culo per tenersela dentro il tempo necessario a farsi fare una radiografia. Lo ricordo in Jackass 3D con Bam Margera che si era ricoperto di colla Attack una mano e si era attaccato al suo barbone.
Quel barbone soprattutto, ed il suo abbigliamento particolarmente Stoner/Sludge, fa si che a Ryan Dunn gli volevamo ancora più bene.
Se ne è andato, a ironia della sorte e a dimostrazione che il mio ragionamento regge na cifra, dopo essersi ubriacato con gli amici per sfracellarsi con la macchina contro un muro.
Da qualche parte, a casa, devo ancora avere la felpa di Jackass: è giunto il momento di indossarla di nuovo.
Pubblicato da MdE alle 22:46 0 commenti
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17.6.11
Capitolo I
Cazzeggiavo su Internet e ho trovato un concorso di letteratura. Bastava inviare roba tipo poesie o racconti brevi. Quindi mi sono detto: ora scrivo qualcosa e la invio, tanto vinco sicuro.
Capitolo I
Marco aveva 27 anni. Carattere: spento. Occhi: verdi. Capelli: pochi. Ogni 15 agosto comprava una lametta e si rasava completamente, dalla barba all’inguine, le sopracciglia e le gambe, l’ano. Poi lasciava crescere il tutto nell’attesa di un nuovo Ferragosto. Ogni anno aveva sempre più peli. Adorava i peli, e la barba: folta. Il pelo simboleggia l’uomo primitivo, l’uomo ignorante. Licantropia: irsutismo.
Marco lavorava: stancamente. Lavorava ad un banco pesce di un supermercato. L’odore del pesce gli ricordava: la vagina. Marco aveva gli anni di cui sopra. Marco si era lasciato con la sua fidanzata dopo 4 anni, ne aveva 23. Da 4 anni Marco non aveva relazioni con femmine. Scopava: poco. Bugia. Scopava: no. Si masturbava: parecchio. Era diventato bravo. Si masturbava mentre faceva la cacca. Faceva la cacca: una volta a settimana, per generare stronzi duri e lunghi. Controllava la velocità, la pressione, l’attrito della mano ed eiaculava quando la cacca era uscita solo per metà. Nel momento dell’amplesso l’ano si richiudeva e la cacca rientrava nello sfintere, lo penetrava. A volte la cacca si spezzava a metà, e lui era arrabbiato con se stesso. Splosh. La merda: sozza e scapigliata, la puttana. La merda: Scheiße.
Un giorno d’estate Marco tornava dal lavoro, erano le 16. Ai lati della strada: fossi sporchi, erba sui cigli. Il tragitto da supermercato a casa: 1,6 chilometri. A piedi: 15 minuti. In automobile: dato non pervenuto. A metà tragitto la sua attenzione venne rapita da un grande bar con all’esterno tavolini in acciaio colorato di nero, che impedivano ai passanti di passeggiare sul marciapiede. Decise di alterare la sua routine quotidiana, e inoltrarsi, per pochi minuti, nel normale.
Entrò. C’era un enorme frigorifero sulla sinistra. Davanti a lui uno stereotipo vivente di 17 anni comprava delle sigarette. Aprì il frigorifero. Prese: un gelato. Alla cassa c’era una vecchia. Prese: un magnum al pistacchio. Pagò: 2 euro e 50 centesimi. Pensò: Mortacci vostra.
Uscì. Arrotolò lo scontrino e lo lanciò per terra. Si sedette presso uno di quei tavolini. Ombrelloni decentrati a braccio laterale. Insomma: piccoli gazebi. Dunque: ombra. A un metro e mezzo da lui c’era una donna, 35 anni, capelli biondi, tailleur: scopabilissima. Cominciò a mangiare il gelato. La donna parlava: al cellulare, Marco sentiva: non ascoltava. Lei diceva: cose da femmine. Rumore di fondo.
‘Yn pevggbtensvn genggn qryyr fpevggher anfpbfgr? Fvtavsvpngb rgvzbybtvpb qryyn cnebyn biireb qrv zrgbqv cre eraqrer ha zrffnttvb bsshfpngb va zbqb qn aba rffrer pbzcerafvovyr n crefbar aba nhgbevmmngr n yrttreyb. Yn cnebyn questa pevggbtensvn qrevin qnyyn cnebyn terpn xelcgóf pur fvtavsvpn anfpbfgb r qnyyn cnebyn terpn teácurva pur fvtavsvpn fpevirer. Yn pevggbtensvn è yn pbagebcnegr qryyn pevggbnanyvfv rq nffvrzr sbeznab yn pevggbybtvn! Ro cosa kvmv sz ulinz xrormwirxz; rm vhhl hr klhhlml rmwrerwfziv fmz kzigv oryviz, xsv ervmv rnkrvtzgz mvooz xlkfoz, vw fmz kzigv urhhz kvirmvzov, wvggz zmxsv izwrxv wvo kvmv. Hs è fm xltorlmv. Oz kzigv oryviz hr davvero wrhgrmtfv, z hfz elogz, rm xlikl wvo kvmv v tozmwv, fm rmtilhhznvmgl wzooz ulinz gilmxl-xlmrxz hrgfzgl zooz hfz vhgivnrgà v xsv kligz zoo'zkrxv o'lirurarl vhgviml wvoo'fivgiz. Nlogr criptata zwlovhxvmgr gvnlml xsv ro olil kvmv mlm hrz zyyzhgzmaz tizmwv v hrz rmzwvtfzgl zo xlnkrnvmgl wr zggr hvhhfzor’
‘Mi scusi’ un cameriere.
Marco lo guardò, sorpreso: imbarazzo. Il gelato in bocca.
‘Se non è qui per consumare un pasto non può sedersi ai tavoli. Ma può sedersi dentro, grazie’
Marco rientrò. Un pezzetto di cioccolato gli aveva macchiato la maglietta. Se ne accorgerà tre giorni dopo. Un altro stereotipo vivente comprava sigarette. La vecchia non c’era più: forse era morta. Si sedette su uno sgabello, di fronte al bancone. Era fresco. Il bancone era ripieno di foglietti pubblicitari e riviste di moda oppure di sport oppure quotidiani beceri che parlano di gossip e stronzate. Tra questi: La Repubblica.
Cominciò a sfogliarlo: NOIA. Il batterio killer nella soia. Bambino si taglia la mano con una cesoia. Tutti al mare con gioia. Muratore cade da una sequoia. Cosa fare se il pc ha un trojan. Berlusconi è un boia, che muoia. Il nucleare causa paranoia. Il Principe di Savoia va a Pistoia. Francesco Totti scivola su della salamoia e si spacca l’anca a Pretoria .
Scoprì che le ultime pagine erano le più interessanti: annunci.
Animali di qualsiasi tipo, ve li uccido anche a gratis. -Astrochiromante diplomata con corso di formazione della Regione Campania predice futuro o effettua pulizie delle scale a prezzi interessanti. -Bocchini tiransi, prezzi modici, anche pesci sporchi. -Bambini da crescere o già cresciuti, provenienti da tutto il mondo vendesi. No documenti. -Circolo ricreativo cedesi causa autobomba. -Film dove si vede Topolino che caca vendo al migliore offerente. -Mannaggia la Madonna ho perso il cane nuovo, fresco comprato! Se lo trovate portatemelo che vi ricompenso a soldi, mannaggia Gesù Cristo, mannaggia! No cani somiglianti! -Zorro, vestito di carnevale con spada e tutto, un poco scassato in culo, vendo. -Erotic tours organizza la tua vacanza proibita a partire da euro 50. Marocco, Algeria, Nigeria, Foce Sele, Zona Industriale (Salerno), Scalo Stazione Centrale (Catanzaro), Scuole materne parificate, Containers, Ospedali disabili.
In un minutaggio di fatto infinitesimale produsse una idea centrale e cardinale da attuare: pubblicare un annuncio. Le istruzioni nella parte bassa della quarta di copertina dicevano che andava compilato il bollettino allegato: in tutte le sue parti. Il bollettino andava spedito via posta: la redazione non è responsabile sulla non veridicità degli annunci. In ogni caso contiamo sulla vostra buona fede. Strappò la pagina del quotidiano.
Tornò nel suo appartamento, correndo. Erano anni che non correva. Da giovane praticava lo sport: il basket. Ricordava le mani che si allungano verso terra, per prendere uno di quei palloni arancioni. Mi sembra di sentirlo ancora, mentre lo tasto e lo rigiro.
95 metri quadrati calpestabili, 3 stanze, un bagno. Parte una descrizione accuratissima dell’abitazione, perché adoro la prolissità di fondo dei romanzi ottocenteschi. Doom. Retorica aumenta.
Il portone d’ingresso, in legno massello e decorazioni scadenti, dava su un corridoio di sei metri in lunghezza, senza finestre, vuoto; terminava con una parete sulla quale era affisso un enorme specchio leggermente convesso che distorceva le immagini quel poco da renderle fastidiosamente divergenti e più grasse del reale. Dal corridoio si diramavano quattro stanze, due per lato. Quattro lampadine, a distanza di meno di due metri l’una dall’altra, senza plafoniere, pendevano da fili troppo lunghi e garantivano una illuminazione scadente e artificiale; erano praticamente sempre accese. Tra le due porte sul lato sinistro, appeso alla meno peggio su un muro bianco a buccia d’arancia, la riproduzione di un quadro di Krzysztof Iwin.
La prima porta sulla sinistra dava su un salottino di 6 metri quadrati. Un enorme divano in finta pelle rossa contrastava con il colore delle pareti, giallo sborra, e con altre due piccole poltrone di colore verde, poste intorno ad un tavolinetto in vetro con sopra sbobba di provenienza indiana. Un enorme finestra, con persiana in legno colore verde, dava su una strada parecchio trafficata e poco incline al silenzio. Sulla parete destra era incassata una enorme libreria stracolma di volumi che non venivano sfogliati da anni e il cui contributo nell’Universo era di tipo estetico e di assorbitori di umidità, dando alla stanza il caratteristico odore dei libri ammuffiti. Nonostante vivesse in casa da solo, Marco nascondeva notevoli quantità di materiale pornografico, nei diversi formati cartecei e digitali, dietro i sei volumi con tutte le opere di E. A. Poe, con testo originale a fronte. Sulla stessa parete da cui si era ricavata l’entrata, c’erano un televisore 25 pollici a tubo catodico, un lettore dvd e un videoregistratore, accuratamente disposti sui vari vani di un mobiletto Ikea, apoteosi dell’offesa all’architettura degli interni.
La seconda porta sulla sinistra era il bagno, illuminato da una piccola finestra che dava sulla strada del disturbo e una lampada a fluorescenza blu NARVA, che con la sua luce artificiale e fredda aumentava il senso di pulizia sempre richiesto in quei luoghi in cui ci si cura della propria igiene personale. Vasca, cesso e bidet si trovavano allineati sulla sinistra, la parete destra era occupata da una lavatrice, un lavandino con specchio incorporato e un mobiletto a due ante. In alto a sinistra un adesivo dei Cannibal Corpse. Nel mobiletto erano conservati enormi quantità di spazzolini e asciugamani. Marco non lasciava mai questi oggetti all’aria nel bagno, perché temeva l’avvento di batteri. Dopo aver cagato nel cesso, pensava Marco, nell’atto dello scaricare, le molecole di acqua, piscio e merda volteggiano nell’aria e buona è la probabilità che queste si depongano sullo strumento che utilizzava per lavarsi i denti; meglio evitare. Sopra lo stipite della porta, con una sicura scritta a pennarello nero, la frase: Unde malum?
La seconda porta sulla destra, subito dopo il quadro, dava nella camera da letto. La parete di fronte all’entrata era caratterizzata da una enorme porta finestra con balcone. Sul balcone: uno stendi panni. Il balcone offriva la visione di un vicolo buio, poco rassicurante ma silenzioso. Tra questa parete e quella di fronte al letto, nell’angolo, c’era una sedia a dondolo in legno, unico oggetto di valore della sua casa, anche se Marco non lo sapeva. Il letto era enorme, a tre piazze, quattro cuscini in linea non lo coprivano in lunghezza. Le lenzuola, sempre pulite, venivano cambiate ogni due settimane, ora verdi ora blu ora rosse ora bianche. Ai lati del letto, due piccoli comodini sui quali c’erano delle lampade e bottiglie d’acqua da un litro e mezzo sempre piene. Abituato a dormire dalla parte sinistra, in un cassetto del comodino da questo lato c’erano una ventina di calzini utilizzati per ripulirsi dallo sperma dovuto alle costanti e frequenti seghe notturne, unico rimedio rigorosamente valido per favorire il sonno. La parete di fronte al letto era nascosta da un enorme armadio contenente il vestiario. La parete del lato sinistro del letto era spoglia. La stanza non aveva lampadari sul soffitto.
L’ultima stanza era la cucina, da immaginare secondo coscienza dal lettore, ma conteneva, tra le altre cose: un tagliaerba, un frigorifero, 15 metri di fil di ferro arrotolato, un telefono, una pecora imbalsamata, tre sedili di automobile, una cartonato a colori di Elvis Presley a dimensione naturale e un pacchetto di liquirizie.
Marco entrò in casa, lanciò le chiavi sul divano rosso, si spogliò nudo lasciando i vestiti a terra in corridoio; si ricordò di accarezzare il quadro, sua piccola abitudine quotidiana, ed entrò in cucina. Prese la penna blu che se ne stava su uno dei sedili e si sedette sulla pecora imbalsamata. Cominciò a scrivere:
‘Ragazzo di anni 27 cerca persona con cui passare una serata all’insegna di giochi erotici fantasticati da assimilazione di metilendiossimetamfetamina. No donne, no transessuali, no bambini. Disponibilità a vedersi in casa mia. Chiamare 3482345687 ore pasti o notte’
Non gli piaceva. Ne scrisse altri. Alla fine il prescelto fu questo:
‘Giovane 27enne cerca persona con cui fare smaialate, drogarsi, guardare Blob su Rai tre e bere alcolici; non necessariamente in quest’ordine. Disponibilità in casa propria. No donne, no bambini. Chiamare 3482345687 in tardissima notte. Sono balbuziente’
La mattina dopo spedì l’annuncio, che venne pubblicato la settimana successiva, per terzo, subito prima di vendesi cane pastore tedesco con cancro alle ossa, ancora vivo.
Passarono sei mesi.
Circa.
…
Una notte, tardissimo, ovvero una mattina, prestissimo, Marco dormiva: squillò il telefono. Al quarto squillo si svegliò, al decimo arrivò in cucina. Una filobattiatana timida erezione dentro le mutandine bianche. Il correttore automatico di Word è sinonimo dei tempi bui in cui viviamo. Si sedette su uno dei sedili accanto al tavolo e prese la cornetta, il delinquente del rock and roll se ne fotteva altamente di tutto e tutti. Elvis era un eroe per molti ma non ha mai significato un cazzo per me, era un fottuto razzista. Puro e semplice cantò Marco, a mente, in inglese.
Marco era convinto fosse la Polizia, e che il cadavere di suo fratello fosse stato ritrovato: no. C’era un uomo che ansimava al telefono, si stava masturbando: era evidente.
‘La chiamo per l’annuncio’ disse
‘Posso masturbarmi finanche io miegħek?’ chiese Marco
‘Come il formaggio sopra i maccheroni’ acconsentì l’uomo
Vennero: rapidamente. Poi: parlarono di incontri al buio. Il prossimo sabato l’uomo misterioso sarebbe andato a casa di Marco, alle ore: 18.
Arrivò il sabato. Alle ore undici e venticinque Marco uscì di casa per andare a fare spesa in un supermercato: non quello in cui lavorava. Comprò un vero e proprio monumento alla condizione di precarietà ed indigenza che caratterizza la sua generazione: due casse di Peroni da 66 cl, uno spumantone di Todis a soli 2,45 euro e tre bottiglie di bianco Gotto d’Oro, versione popolare del Tavernello, a metà tra l’aceto di vino e la Super senza Piombo.
Poi tornò nella sua abitazione e sedette sul divano per le successive cinque ore.
Alle 17 e 55 bussarono alla porta. La porta non aveva uno spioncino ed è per questo che durante la telefonata i due si erano scambiati una parola d’ordine. Marco accese le luci del corridoio e si pronunciò:
‘Cosa ne pensi della via ermeneutica di Dietrich Bonhoeffer?’
‘Ma che cazzo stai a dì?!’
Era il postino. Consegnò: pubblicità, una bolletta, altra pubblicità.
Alle 18 e 23 bussarono alla porta.
‘Cosa ne pensi della via ermeneutica di Dietrich Bonhoeffer?’
‘Ma che cazzo stai dicendo?!’
Era lui: era il suo uomo. La risposta era corretta.
Allungò la mano verso la maniglia, la girò: aprì. Il suo uomo era nella penombra; in quei pochi secondi necessari a far abituare i suoi occhi al buio Marco passò dal generale al particolare: era basso, era grasso, aveva sui settant’anni, pochi capelli evidentemente tinti, un costoso ed elegante vestito da sera, baffi, occhiaie, un viso simpatico e positivo, sorridente: l’uomo era Maurizio Costanzo.
Maurizio Costanzo.
Ancora non era passata la reazione iniziale di sorpresa che Maurizio, in un elegantissimo gessato grigio, era balzato all’interno dell’abitazione e aveva cominciato a baciargli il collo, e a leccargli il lobo di un orecchio, spingendolo più volte contro il muro. Marco sentiva il prurito dei suoi baffi sulla pelle, e non lo respingeva. Maurizio lo baciò: sulle labbra. Marco aprì la bocca e loro lingue si intrecciarono, si leccarono le guance la fronte i capelli il naso. Maurizio era veramente grasso. Marco lo prese per mano e lo portò in camera da letto: era buia. Cominciarono a spogliarsi mentre percorrevano il corridoio e si distesero sul letto con indosso solo i calzini.
Marco invitò l’obeso a prendergli il cazzo in mano, Maurizio lo prese, lo sentii ingrossarsi, crescendo si scappellò, aveva una cappella grossa e lucida, si inginocchiò davanti a lui e lo prese in bocca, gli fece un pompino e quando venne si fece sborrare in bocca ingoiando tutto, poi lo leccò bello pulito. Lo accarezzò con i baffi.
‘Voglio scoparti nel culo adolescenziale’ disse Maurizio Costanzo
‘In culo può far male’
‘Ma eviteremmo una progenie infernale’
‘Ma non ho ovaie, sarebbe anormale’
'Orgoglio mortificato accidentale'
'Acconsento suvvia, il tuo batuffolo peloso è minimale'
Marco si girò e si appoggiò con le mani contro il muro mentre Maurizio lo inumidiva ficcandogli prima una e poi due dita nel culo, poi cercò di spingergli il pene dentro. Al terzo tentativo lo sentii entrare dentro, con un paio di colpi entrò tutto. I coglioni di Marco battevano contro i piccoli coglioni di Maurizio.
Poi Maurizio venne: emise un suono grave e terrificante come il rumore di un tuono, e si stese sul letto, ansimante. Anche Marco si stese: sentiva un bel pò di bruciore al culo, ma era contento e di nuovo eccitato. Avvertiva lo sperma che gli fuoriusciva dall’ano. Allungò una mano verso il comodino di sinistra e cercò a tastoni l’interruttore della lampada, la stanza era pressocchè buia. Accese la lampada.
Nell’angolo più lontano, nella semioscurità, dietro la sedia a dondolo, Marco notò all’improvviso la figura di un uomo che li stava osservando: immobile, surreale, altissimo, magro, scavato, spento e calvo. Aveva una valigetta in mano.
‘La filosofia dell’amore è un accumulo di postille’ disse l'uomo.
[continua]
Pubblicato da MdE alle 18:01 0 commenti
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